Rifare la Liberazione

Paolo Rumiz è da molti anni un giornalista in transito. Lo è in quanto viaggiatore attento e sensibile, ma anche perché il suo giornalismo, sempre di più, volge alla letteratura. I suoi articoli sono tra le cose migliori che siano state scritte durante questi terribili mesi di pandemia. Vorrei saper aggiungere qualcosa a quello che riproduco nel seguito, ma non ne sono capace: mi pare perfetto così com’è.

Apprezzo in particolar modo l’idea di un pregare laico. Ora, subito, abbiamo bisogno di tornare a credere in qualcosa, ma stavolta non in qualcosa di trascendente. Dobbiamo rivolgere quella preghiera allo spirito dell’uomo, nella sua migliore accezione. Dobbiamo acquisire e diffondere consapevolezza del fatto che può esistere un’etica biologicamente ed ecologicamente fondata, volta a realizzare un bene comune che non preveda illusorie ricompense future ed eterne, ma ci permetta di vivere meglio il presente, di garantire la protezione del meraviglioso corpo celeste su cui abbiamo avuto la fortuna di nascere e di ridare la speranza ai nostri figli.

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È il momento di rifare la Liberazione

Come ci risveglieremo dopo il virus? Preghiera laica per risorgere

Con l’età mi commuovo facile. Succede quando un piccolo gesto sembra riassumere il mondo. È accaduto anche ieri, quando nello smartphone ho scoperto un breve filmato spedito da un’amica di Monaco di Baviera. Era Samuel, tredici anni, suo figlio, che da una stoffa a fiori cuciva mascherine sulla vecchia Singer a pedale, che Coronavirus aveva svegliato da un letargo di quindici anni in soffitta. La macchina da cucire della nonna. E lì ho pianto, in modo incontrollato. Non riuscivo a smettere. Da vergognarsi. Non era solo per il simbolo di speranza di resurrezione contenuta in quel gesto, per il suo stupendo messaggio generazionale o per la bontà e dedizione che esso esprimeva, ma soprattutto perché dietro a quel gesto c’era una coscienza civica e un rapporto di fiducia tra cittadino e istituzioni. C’era un popolo, che un governo chiamava a raccolta per vincere una sfida comune.

E lì è arrivata la stilettata, quasi insopportabile, perché è stato fatale pensare che quel rapporto di fiducia nel mio Paese è più debole, in certi casi inesistente. A quel punto il piccolo Samuel ha scatenato in me una tempesta di pensieri, dubbi, sconforti, speranze di resurrezione e risorgimento. In fondo, mai un 25 Aprile si integrava in modo così forte col mistero pasquale appena rivissuto. La pandemia ci diceva che proprio l’immagine terrificante dell’abisso poteva renderci più chiara la visione della luce, e che mai come stavolta sentivo nascere il bisogno di una preghiera laica per rifondare una religione civile. Capivo che gli effetti letali del virus erano dipesi anche dai nostri costumi e malcostumi, e che le nostre diversità civiche coloravano in modo nuovo e spietato la carta d’Europa, costruendo una cesura netta tra i Paesi che per fronteggiare la pandemia si erano affidati all’autodisciplina dei cittadini e quelli che, per sfiducia, avevano preferito inondarli di sanzioni.

Forse non siamo mai stati così al bivio tra crollo e rinascita, perdita della libertà e indipendenza. Tra coraggioso salto evolutivo e involuzione definitiva. Tra lo spettacolo indecente dei personalismi e delle divisioni e il ritrovare unità come nazione, nel nome di un grande obiettivo comune. Perché quelli del Nord, che pure hanno mille difetti, si presentano compatti, e noi in ordine sparso in momenti così estremi? Ma il bivio cui siamo di fronte lo possiamo forse ridurre a due sole, semplici parole: la scelta tra fiducia e paura. Ed è una cosa che parte dai piccoli gesti, come quello di Samuel. Per esempio, noi italiani stiamo disciplinatamente a casa per rispetto dell’altro o per paura dell’altro? È una domanda cui nessun sondaggio sembra rispondere. Ma è la chiave del problema, perché se prevale la paura, il dopopandemia potrebbe diventare una guerra di tutti contro tutti. Una gigantesca banlieue di furore. I Francesi lo sanno. La resa finale di una società impoverita e disintegrata, segnata da diseguaglianze ancora più indecenti e da una sfiducia totale nei confronti dello Stato.

Se invece prevarrà il rispetto, potremo dire che questo disastro avrà gettato le fondamenta di un Paese nuovo, a partire dall’integrazione delle centinaia di migliaia di illegali stranieri che garantiscono il nostro Pil agroalimentare ma che preferiamo non vedere, confinandoli in ghetti. Un’emarginazione che non dipende solo dal pensiero populista ma anche dal fatto che l’Italia urbanizzata ha perso l’uso delle mani e il contatto con la terra. Mio fratello è veterinario in una grande stalla, ma quando cerca dei mungitori non c’è un italiano che si presenti. Come uscirne? Anche qui – mi duole dirlo – impariamo dalla Germania. Charlotte, la sorella maggiore di Samuel, ha dovuto fare per programma scolastico un servizio civile (Landwirtschaftspraktikum) in una stalla vicino a Kassel, alzandosi ogni giorno alle cinque e crollando ogni sera alla nove. Ha allattato vitelli neonati mentre la mucca si mangiava la placenta. E al ritorno ha detto al padre: non è possibile che il latte costi così poco, con la fatica che si fa a produrlo.

Il fatto è che non sappiamo ancora che umanità troveremo alla fine dell’emergenza. Con un Paese recluso, come capire se il disastro ci ha modificati in peggio o in meglio? I segnali sono contrastanti: le cronache mostrano esempi mirabili di solidarietà e comprensione e contemporaneamente scene indecenti di insofferenza e aggressività. Ma allora, mi chiedo, perché aspettare la fine dell’emergenza? Perché non usare queste irripetibili settimane di riflessione e clausura per imparare un po’ di educazione civica? Perché la Presidenza della Repubblica, in questo strano 25 Aprile senza cori partigiani e senza superstiti con fazzoletto rosso al collo, non approfitta del fatto che mai come ora gli Italiani sono incollati al computer, per organizzare una campagna a reti unificate sulla Costituzione e il destino di questo Paese?

Uomini capaci di farlo ne conosco. L’Italia è piena di profeti inascoltati che il pensiero medio bolla come “originali” se non addirittura “matti”. Uomini in trincea per l’ambiente, la cultura, il paesaggio, l’istruzione. Ci sono dei momenti in cui penso che gran parte del buono di questo Paese dipende dalla silenziosa Resistenza di alcuni contro la burocrazia, il conformismo, le invidie, la paura. Antonio Calò, per esempio, professore di lettere in un liceo di Treviso, nel cuore dell’Italia leghista. Da quando c’è la peste, tiene serrati corsi online di educazione civica. Ascoltarlo è come trovarsi in un fiume in piena. Bisogna allacciarsi le cinture. L’oggetto delle lezioni può essere riassunto da una sola parola: fiducia. Una cosa che nasce dal rapporto con l’insegnante e si costruisce a partire dai temi in classe. “Io non sono il vostro gendarme, non sto lì a controllarvi se copiate, non posso presupporre che volete farmi fesso. Voi dovete rispondere, prima che a me, alla vostra coscienza. Ma sappiate che, se oggi copiate, domani sarete evasori e pessimi cittadini. La comunità andrà a quel paese, e con essa la Costituzione”.

PREGHIERA LAICA

DOBBIAMO LIBERARCI DA…

di Paolo Rumiz

Dobbiamo liberarci
dalla corsa folle che ci ha intrappolati e
dal credere che il tempo
sia solamente denaro; dalla bramosia del
superfluo;
dalla tirannia delle cose, che ci allontana
dall’Uomo;
dall’illusione che il possesso sia
sufficiente a renderci felici
dall’indifferenza verso l’albero, il fiore e
la lucertola; dall’idea
che la terra madre sia una vacca da
mungere fino allo sfinimento;
manipolazione della natura e
dall’illusione che il genio,
una volta disturbato, possa restare nella
lampada
dall’inflazione indecente dell’Io, dal
dimenticare che esiste
anche il Noi, e che senza comunità non
c’è società né nazione;
dalla tentazione di svendere la nostra
libertà pur di avere un’illusione di
sicurezza; dall’istinto bestiale di fare
giustizia da sé
dalla tentazione di essere sudditi e
piegare la schiena;
dalla rassegnazione che impedisce la
lotta; dalla paura di una nuova
immaginazione del possibile; dal
concepire la fine del mondo piuttosto che
la fine dell’economia del consumo e del
saccheggio
dalla Bestia che ci spinge contro il
diverso; dalla paura di rispondere
ai violenti con parole dure; dal gridare
“assassini” ai medici
per poi esaltarli come eroi; dall’abuso
della parola “guerra”
che ci fa credere che il male sia cosa che
riguarda solo gli altri
dalla tentazione di credere che da soli è
meglio e che l’Europa
sia un peso, non uno scudo benedetto;
dal disamore per la nostra patria e dalla
fuga in paradisi artificiali; dallo scaricare
il nostro disastro
di nuovo sulle spalle delle donne
dalla bestemmia di scomodare Iddio per
assolvere e santificare ruberie; dalla
tentazione di usare la Croce contro i
poveri cristi;
dal credere di non essere tutti sulla stessa
barca e dalla presunzione
di non poter mai diventare poveri e
migranti
dal tacere la morte, vissuta come
indecenza; dallo spregio per le mani
ruvide e il sudore della fronte; dallo
snobbare chi in silenzio
garantisce il nostro nutrimento; dalla
mancanza di rispetto
verso il pubblico ufficiale, dal maestro
allo spazzino
dalla sottomissione al virtuale che
occulta la vita e ruba la gioia
del ritrovarsi; dall’impazienza, nemica
dell’ascolto e della tolleranza; dal
frastuono che stordisce gli uomini e
uccide il silenzio,
che è il padre dell’armonia e della
Creazione
dalla rinuncia a dedicare tempo ai nostri
figli e a crescerli
con l’esempio, le regole di vita e la buona
narrazione; dall’emarginazione dei
vecchi, portatori di memoria; dallo
scandaloso sfruttamento dei giovani e dal
disprezzo per chi li educa
dal rifiuto della nostra fragilità e dei
nostri limiti, la cui accettazione
è invece saggezza; dal sottovalutare i
piccoli gesti,
che fanno la differenza; dal credere che la
felicità sia solo un diritto, quando il
sorriso è un nostro dovere verso il mondo.

pubblicato su La Repubblica il 28 aprile 2020

La verità secondo internet o Galileo

Sto lavorando su Galileo Galilei. Era da tempo che speravo di poterlo fare, anche perché, per caso, temporaneamente abito in una casa che fu di sua proprietà. Dall’altra parte del muro che è a un metro da me, mentre scrivo, c’è una meridiana, presumibilmente fatta installare da lui.

In questa occasione collaboro con un gruppo di coach, armati di certificazione internazionale. Vorrebbero che Galileo sembrasse uno di loro, un coach ante litteram. Mi sforzo per trovare delle similitudini, senza troppo successo. Una dei miei compagni d’avventura mi manda una citazione che conoscevo ma non ricordavo più:

Non puoi insegnare una cosa a un uomo. Puoi solo aiutarlo a scoprirla dentro di sé.

Be’, che dire? Il codice etico del coaching prescrive, tra l’altro, proprio qualcosa del genere. “Io lo sapevo che era un coach!”, mi scrive trionfante la collega, sventolandomi virtualmente sotto il naso quella citazione, proveniente nientedimeno che da un manager di un suo importante cliente internazionale.

Ne prendo atto e comincio, come ognuno dovrebbe sempre fare, dal fondo della mia ignoranza, a cercare la fonte di quella citazione. Mi insospettisce l’italiano in cui è scritta: troppo poco secentesco per essere quello usato dal Nostro. Magari, mi dico, la citazione è stata ripresa in italiano moderno, per toglierle quel non so che di antico che scarsamente si concilia col digitale, l’industry 4.0 e la varie “ultimemode” tanto usate nell’ambito della formazione professionale per fare sempre gli stessi discorsi come se fossero nuovi.

Infatti, in breve trovo la stessa citazione in varie versioni:

“Non puoi insegnare niente a un uomo, puoi solo aiutarlo a trovare le cose dentro se stesso.”

“Non puoi insegnare qualcosa ad un uomo. Lo puoi solo aiutare a scoprirla dentro di sé.”

“Non si può insegnare niente a un uomo: si può solo aiutarlo a trovare la risposta dentro se stesso.”

“Non puoi insegnare niente a un uomo; puoi solo aiutarlo a scoprirlo in sé stesso.”

Fate copia e incolla su google e le troverete subito.

La fonte non è mai citata e, per quanto io compulsi i testi galileiani a mia disposizione, non riesco a trovare qualcosa che suoni in modo simile. Allora mi viene in mente il povero Einstein, al quale viene attribuita senza pudore ogni sorta di asserzione, anche le più improbabili.

Certo mi colpisce quanto la citazione sia diffusa, in ambiti diversi e per i più differenti scopi. Mi sconcerta il fatto che talvolta il “copia e incolla” sia stato fatto apparentemente in tutta fretta, da una versione sgrammaticata: “… Lo puoi solo aiutare a scoprire dentro di sé”, col verbo privo della decisiva particella pronominale, è assai diffusa, soprattutto (ahimè!) in siti di formatori assai propensi all’autocelebrazione (“Galileo la pensava come me”), assai meno inclini all’attenta lettura di un sia pur breve testo.

Quando sono quasi convinto di trovarmi di fronte a un testo apocrifo e averlo scritto alla mia collega per raffreddarne gli entusiasmi, scopro, non senza sorpresa, la citazione in un cinguettio nientedimeno che sul profilo Twitter ufficiale della gloriosa Treccani: che io mi sia sbagliato di grosso? Che quella citazione sia autentica?

Decido di insistere: devo andare fino in fondo alla questione. Improvvisamente mi viene il sospetto che qualcuno non si sia limitato a volgere in italiano corrente il pensiero del Nostro, ma, con sprezzo del pericolo, a parafrasarlo.

Ragiono: apparentemente è un’affermazione colloquiale, quindi è naturale presumere che qualcosa del genere possa essere stato scritto nel Dialogo sopra i due massimi sistemi. Infatti, con un po’ di pazienza, trovo il luogo del delitto: è nella seconda giornata, mentre parla Sagredo:

Io vi dico che quando uno non sa la verità da per sé, è impossibile che altri gliene faccia sapere; posso bene insegnarvi delle cose che non son né vere né false, ma le vere, cioè le necessarie, cioè quelle che è impossibile ad esser altrimenti, ogni mediocre discorso o le sa da sé o è impossibile che ei le sappia mai: e cosí so che crede anco il signor Salviati.

Stento a crederlo: Sagredo, che altri non è che lo stesso Galileo, sta spiegando a Simplicio che se uno la verità non la scopre da sé nei fatti, non è che gliela si possa far scoprire a forza di chiacchiere! Azzardo quindi una mia parafrasi (che Galileo mi perdoni!):

Non puoi insegnare una verità necessaria a un uomo. Puoi solo aiutarlo a scoprirla osservando i fatti.

Insomma, se non proprio il contrario di quello che gli si vuol far dire, certamente Galileo ha affermato qualcosa il cui significato è completamente diverso da quello della citazione che gli si attribuisce su internet.

Lo so: quel pensiero di Galileo è stato integrato nei secoli successivi in una riflessione più sofisticata, ma non “cercando dentro di sé”, bensì dalla osservazione scientifica del processo di acquisizione della conoscenza scientifica. Inoltre il superamento in questione è del tutto irrilevante ai fini della storia che sto raccontando: i fatti sono che nei testi di Galileo stanno scritte delle cose e la verità, come lui pensava, su ciò che lui ha detto va cercata nei testi, non in ciò che la gente ne dice su internet.

Ciò che più mi piace di questa storia, se qualcosa di bello se ne può trarre, è che è splendidamente autoreferente:

Su internet qualcosa diventa vero quando qualcuno lo dice. I più non vanno a controllare come stanno i fatti, nemmeno nel caso di una affermazione di Galileo in cui si dice che la verità è nei fatti e non nelle chiacchiere.

La cosa più spaventosa è invece che da questo morbo, denunciato da Galileo per bocca di Sagredo all’inizio del diciassettesimo secolo, è ormai affetta perfino la redazione della Enciclopedia Italiana:

… e che, fino a oggi, dal 13 luglio 2011, almeno in sette (7 Retweet) abbiano, per sua iniziativa, contribuito a diffondere un falso su ciò che è necessariamente vero secondo Galileo.

La velocità della materia

Tullio Crali, Le forze della curva, 1930

Ne “La montagna incantata” di Thomas Mann, nel parlare
con Hans Castorp del proprio antagonista, il Signor Settembrini, il padre gesuita Leo Naphta a un certo punto afferma con stizza:

Lo scompiglio del mondo dipende dalla sproporzione che c’è tra la velocità dello spirito e l’enorme lentezza, goffaggine, inerzia, fiacchezza della materia.

Mi pare una frase che coglie un aspetto importante di ciò che è accaduto nel corso dell’ultimo secolo, dato che Der Zauberberg è stato scritto tra il 1912 e il 1924, attraversando la terribile esperienza della prima guerra mondiale, ma anche nel momento in cui la nostra capacità di interpretare il mondo progrediva con un ritmo che non conosceva precedenti e resta ineguagliato.

Son passati cento anni da quella riflessione e ciò che mi colpisce ora è proprio la lentezza, la goffaggine, l’inerzia e la fiacchezza dello spirito rispetto alla spaventosa velocità della materia.

Ciò che insistiamo a chiamare complessità è prevalentemente nell’occhio di chi crede di poterla cavalcare con qualche strumento frutto della contemporaneità, giunto miracolosamente a decidere per noi. Io non vedo tanto un accresciuto numero di nessi causali, quanto un’aumentata velocità caratteristica dei fenomeni sociali, culturali ed economici, cui non corrisponde un’adeguata agilità del nostro spirito.

Siamo aggrappati a conquiste fragili, tanto in ambito sociale quanto nelle aziende. Facciamo fatica ad adeguarci al nuovo ritmo, alla realtà che ci precede sistematicamente lasciandoci sbigottiti. Diciamo che non si può andare avanti così sperando ingenuamente che tutto rallenti per permetterci di prendere fiato, di adeguarci solo un po’ per volta, di rimandare egoisticamente il problema della nostra evoluzione morale alle generazioni future.

Perché è proprio questo il punto. La macchina che abbiamo messo in moto all’epoca in cui i futuristi prefiguravano un mondo fatto di perpetui moti è divenuta più grande e potente di quanto fummo capaci di immaginare. La purificazione che molti di essi videro nella auspicata furia distruttrice della guerra, intesa prima di tutto come feroce atto spirituale, non si è mai verificata. L’alba nucleare non ha segnato il sorgere di uno spirito nuovo e maturo, bensì il sorpasso della materia. Da allora continuiamo a guardarci intorno, domandandoci che ne è della “soluzione finale” che credemmo di trovare, mostruosa o benigna che fosse.

Dobbiamo svegliarci, presto; elaborare il lutto e farci finalmente carico della nostra sopravvenuta inadeguatezza spirituale, ricominciando a farci le scomode domande alle quali credevamo di aver dato riposta.

Navigazione stimata

Dovete perdonarmi questo sfogo di sentimenti, signor Defoe, ma sono una vecchia bussola e ho bisogno di essere rettificato, di tanto in tanto. Riesco ancora a tener conto del margine di errore e a fare qual che posso per rimediare, ma la deviazione cambia con la rotta, il carico e gli equipaggiamenti della nave. Avrei dovuto parlarvi di Edward England, è vero, e dirvi tutto quello che non vi avevo detto nelle nostre conversazioni all’Angel Pub. Ma la mia memoria, purtroppo, non ha tabelle di correzione. Traccio una rotta, ma non so di quanto la devo rettificare, e dopo un po’ non sono più certo della mia posizione. Si chiama navigazione stimata, signor Defoe, quando si procede soltanto con l’aiuto del solcometro e della bussola. Lo sapevate? Ad ogni modo è cosi, il racconto della mia vita non è altro che una navigazione stimata. Si sa dove si è, ma più ci si allontana dal punto dipartenza, più la posizione diventa incerta. Il cerchio entro il quale ci si dovrebbe trovare diventa sempre più grande. E cosa si fa, in questi casi? Si raddoppiano i turni di vedetta, nella speranza di avvistare terra prima che sia troppo tardi. Si consulta il giornale di bordo, e si valutano i vari fattori, l’errore strumentale del solcometro, la deriva causata dal vento e dalla corrente, i timonieri che poggiano o orzano per una raffica improvvisa. Ma si raggiunge mai una qualsiasi certezza? No, al contrario. Il navigatore esperto è quello che allarga sempre più il cerchio, che capisce che l’incertezza è l’unica certezza a disposizione.

Ho riletto il mio giornale di bordo per vedere dov’ero, e mi sono accorto che ho soltanto calcolato le dimensioni del mio cerchio, senza mettere nessuno di vedetta. Perché una cosa almeno l’ho capita: era solo un’illusione, una presunzione e un desiderio scambiato per realtà, credere di aver navigato tutta la vita con la terra in vista e dei rilevamenti precisi. No, la mia vita non è stata che una navigazione stimata, ma forse, chi lo sa, arriverò a trovare la mia posizione, prima di affondare.

Björn Larsson, La vera storia del pirata Long John Silver, cap.19

Eccola che soffia!

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…quando grazie agli sforzi combinati e simultanei dell’intero equipaggio, o quasi, l’opera è stata coscienziosamente condotta a termine, anche i marinai possono dedicarsi alle loro abluzioni. Si cambiano dalla testa ai piedi e finalmente riemergono sul ponte immacolato, freschi e radiosi come sposi appena sbucati dal più fine lino di Olanda.

Ma, attenzione: lassù a riva sui tre colombieri tre uomini scrutano attenti l’orizzonte in cerca di balene che, se catturate, non potrebbero non schizzare qualche goccia di grasso sporcando daccapo l’antico mobilio di quercia.

Già, e non di rado succede che, dopo lunghe ed estenuanti fatiche che si sono protratte per novantasei ore di fila senza distinzione fra giorno e notte, dopo che dalla lancia in cui si sono gonfiati i polsi a remare sulla linea dell’equatore gli uomini hanno messo piede sul ponte solo per trascinare pesanti catene, rompersi la schiena all’argano, tagliare e squartare, eh già, e sudati e fradici farsi affumicare e scorticare di nuovo dal fuoco incrociato del sole equatoriale e delle caldaie roventi, in aggiunta a tutto questo, dopo che finalmente si sono messi a ripulire la nave per trasformarla in una immacolata latteria, non di rado succede che i poveracci, proprio mentre si abbottonano il colletto della camicia di bucato, sobbalzino al grido: “…eccola che soffia!” e di nuovo debbano precipitarsi a lottare con un’altra balena e ricominciare daccapo l’estenuante trafila.

Amici miei: ma questo vuol dire ammazzarsi! Eppure, così è la vita. Perché non appena noi mortali, dopo lunghe fatiche, abbiamo estratto dal corpaccione del mondo la nostra goccia di prezioso spermaceti e pazientemente, stanchi come siamo, ci siamo ripuliti dalla sporcizia e abbiamo imparato a vivere negli immacolati tabernacoli dell’anima, non appena abbiamo fatto questo “…eccola che soffia!”: il fantasma leva il suo getto all’orizzonte e subito dobbiamo issare le vele per qualche altro mondo e ricominciare daccapo una nuova giovane vita.

(Herman Melville, Moby Dick)

Una schisi innaturale

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Da ieri è in corso a Foligno la VI edizione della “Festa di Scienza e Filosofia“, ancor più ricca e interessante di quelle che l’hanno preceduta. Me ne piace perfino il nome, che ha un che di ludico, quasi i convenuti siano invitati, prima di tutto, a divertirsi.

Le aree tematiche sono quattro:

  1. Dialettica tra scienza e filosofia
  2. Cervello e mente
  3. Una scienza per l’uomo
  4. La scienza: lo strumento del XXI secolo

Il mio personalissimo modo di vivere il confronto tra il modo di pensare di chi ha avuto una formazione scientifica e chi invece ha fatto studi umanistici, risale agli anni in cui ho contribuito a far nascere e crescere una piccola azienda di comunicazione digitale.

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Attualità delle ‘Confessioni di un Italiano’

Ippolito Nievo, circa 1860

Ippolito Nievo, circa 1860

Oggi sulle pagine di Internazionale è apparsa la traduzione di un notevole articolo scritto da Frederika Randall. La giornalista di The Nation ha appena tradotto le ‘Confessioni di un Italiano’, di Ippolito Nievo, un romanzo così dimenticato che lo si può ottenere gratuitamente su Amazon per il Kindle (cosa che ho appena scoperto e ho fatto immediatamente, pensando con nostalgia alla vecchissima copia nella libreria dello studio di mio padre).

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Not for ambition

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Caesar was right to prefer to be the first in a village than second in Rome. Not for ambition or conceit, but because those who occupy a secondary role has no choice between the dangers of obedience, those of the uprising and the even more serious, compromise.

Aveva ragione Cesare a preferire d’essere il primo in un villaggio che il secondo a Roma. Non per ambizione o per vanagloria, ma perchè chi occupa un ruolo secondario non ha altra scelta se non tra i pericoli dell’obbedienza, quelli della rivolta e quelli, ancor più gravi, del compromesso.

Marguerite Yourcenar, Memoires d’Hadrien, 1951