La verità secondo internet o Galileo

Sto lavorando su Galileo Galilei. Era da tempo che speravo di poterlo fare, anche perché, per caso, temporaneamente abito in una casa che fu di sua proprietà. Dall’altra parte del muro che è a un metro da me, mentre scrivo, c’è una meridiana, presumibilmente fatta installare da lui.

In questa occasione collaboro con un gruppo di coach, armati di certificazione internazionale. Vorrebbero che Galileo sembrasse uno di loro, un coach ante litteram. Mi sforzo per trovare delle similitudini, senza troppo successo. Una dei miei compagni d’avventura mi manda una citazione che conoscevo ma non ricordavo più:

Non puoi insegnare una cosa a un uomo. Puoi solo aiutarlo a scoprirla dentro di sé.

Be’, che dire? Il codice etico del coaching prescrive, tra l’altro, proprio qualcosa del genere. “Io lo sapevo che era un coach!”, mi scrive trionfante la collega, sventolandomi virtualmente sotto il naso quella citazione, proveniente nientedimeno che da un manager di un suo importante cliente internazionale.

Ne prendo atto e comincio, come ognuno dovrebbe sempre fare, dal fondo della mia ignoranza, a cercare la fonte di quella citazione. Mi insospettisce l’italiano in cui è scritta: troppo poco secentesco per essere quello usato dal Nostro. Magari, mi dico, la citazione è stata ripresa in italiano moderno, per toglierle quel non so che di antico che scarsamente si concilia col digitale, l’industry 4.0 e la varie “ultimemode” tanto usate nell’ambito della formazione professionale per fare sempre gli stessi discorsi come se fossero nuovi.

Infatti, in breve trovo la stessa citazione in varie versioni:

“Non puoi insegnare niente a un uomo, puoi solo aiutarlo a trovare le cose dentro se stesso.”

“Non puoi insegnare qualcosa ad un uomo. Lo puoi solo aiutare a scoprirla dentro di sé.”

“Non si può insegnare niente a un uomo: si può solo aiutarlo a trovare la risposta dentro se stesso.”

“Non puoi insegnare niente a un uomo; puoi solo aiutarlo a scoprirlo in sé stesso.”

Fate copia e incolla su google e le troverete subito.

La fonte non è mai citata e, per quanto io compulsi i testi galileiani a mia disposizione, non riesco a trovare qualcosa che suoni in modo simile. Allora mi viene in mente il povero Einstein, al quale viene attribuita senza pudore ogni sorta di asserzione, anche le più improbabili.

Certo mi colpisce quanto la citazione sia diffusa, in ambiti diversi e per i più differenti scopi. Mi sconcerta il fatto che talvolta il “copia e incolla” sia stato fatto apparentemente in tutta fretta, da una versione sgrammaticata: “… Lo puoi solo aiutare a scoprire dentro di sé”, col verbo privo della decisiva particella pronominale, è assai diffusa, soprattutto (ahimè!) in siti di formatori assai propensi all’autocelebrazione (“Galileo la pensava come me”), assai meno inclini all’attenta lettura di un sia pur breve testo.

Quando sono quasi convinto di trovarmi di fronte a un testo apocrifo e averlo scritto alla mia collega per raffreddarne gli entusiasmi, scopro, non senza sorpresa, la citazione in un cinguettio nientedimeno che sul profilo Twitter ufficiale della gloriosa Treccani: che io mi sia sbagliato di grosso? Che quella citazione sia autentica?

Decido di insistere: devo andare fino in fondo alla questione. Improvvisamente mi viene il sospetto che qualcuno non si sia limitato a volgere in italiano corrente il pensiero del Nostro, ma, con sprezzo del pericolo, a parafrasarlo.

Ragiono: apparentemente è un’affermazione colloquiale, quindi è naturale presumere che qualcosa del genere possa essere stato scritto nel Dialogo sopra i due massimi sistemi. Infatti, con un po’ di pazienza, trovo il luogo del delitto: è nella seconda giornata, mentre parla Sagredo:

Io vi dico che quando uno non sa la verità da per sé, è impossibile che altri gliene faccia sapere; posso bene insegnarvi delle cose che non son né vere né false, ma le vere, cioè le necessarie, cioè quelle che è impossibile ad esser altrimenti, ogni mediocre discorso o le sa da sé o è impossibile che ei le sappia mai: e cosí so che crede anco il signor Salviati.

Stento a crederlo: Sagredo, che altri non è che lo stesso Galileo, sta spiegando a Simplicio che se uno la verità non la scopre da sé nei fatti, non è che gliela si possa far scoprire a forza di chiacchiere! Azzardo quindi una mia parafrasi (che Galileo mi perdoni!):

Non puoi insegnare una verità necessaria a un uomo. Puoi solo aiutarlo a scoprirla osservando i fatti.

Insomma, se non proprio il contrario di quello che gli si vuol far dire, certamente Galileo ha affermato qualcosa il cui significato è completamente diverso da quello della citazione che gli si attribuisce su internet.

Lo so: quel pensiero di Galileo è stato integrato nei secoli successivi in una riflessione più sofisticata, ma non “cercando dentro di sé”, bensì dalla osservazione scientifica del processo di acquisizione della conoscenza scientifica. Inoltre il superamento in questione è del tutto irrilevante ai fini della storia che sto raccontando: i fatti sono che nei testi di Galileo stanno scritte delle cose e la verità, come lui pensava, su ciò che lui ha detto va cercata nei testi, non in ciò che la gente ne dice su internet.

Ciò che più mi piace di questa storia, se qualcosa di bello se ne può trarre, è che è splendidamente autoreferente:

Su internet qualcosa diventa vero quando qualcuno lo dice. I più non vanno a controllare come stanno i fatti, nemmeno nel caso di una affermazione di Galileo in cui si dice che la verità è nei fatti e non nelle chiacchiere.

La cosa più spaventosa è invece che da questo morbo, denunciato da Galileo per bocca di Sagredo all’inizio del diciassettesimo secolo, è ormai affetta perfino la redazione della Enciclopedia Italiana:

… e che, fino a oggi, dal 13 luglio 2011, almeno in sette (7 Retweet) abbiano, per sua iniziativa, contribuito a diffondere un falso su ciò che è necessariamente vero secondo Galileo.

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La velocità della materia

Tullio Crali, Le forze della curva, 1930

Ne “La montagna incantata” di Thomas Mann, nel parlare
con Hans Castorp del proprio antagonista, il Signor Settembrini, il padre gesuita Leo Naphta a un certo punto afferma con stizza:

Lo scompiglio del mondo dipende dalla sproporzione che c’è tra la velocità dello spirito e l’enorme lentezza, goffaggine, inerzia, fiacchezza della materia.

Mi pare una frase che coglie un aspetto importante di ciò che è accaduto nel corso dell’ultimo secolo, dato che Der Zauberberg è stato scritto tra il 1912 e il 1924, attraversando la terribile esperienza della prima guerra mondiale, ma anche nel momento in cui la nostra capacità di interpretare il mondo progrediva con un ritmo che non conosceva precedenti e resta ineguagliato.

Son passati cento anni da quella riflessione e ciò che mi colpisce ora è proprio la lentezza, la goffaggine, l’inerzia e la fiacchezza dello spirito rispetto alla spaventosa velocità della materia.

Ciò che insistiamo a chiamare complessità è prevalentemente nell’occhio di chi crede di poterla cavalcare con qualche strumento frutto della contemporaneità, giunto miracolosamente a decidere per noi. Io non vedo tanto un accresciuto numero di nessi causali, quanto un’aumentata velocità caratteristica dei fenomeni sociali, culturali ed economici, cui non corrisponde un’adeguata agilità del nostro spirito.

Siamo aggrappati a conquiste fragili, tanto in ambito sociale quanto nelle aziende. Facciamo fatica ad adeguarci al nuovo ritmo, alla realtà che ci precede sistematicamente lasciandoci sbigottiti. Diciamo che non si può andare avanti così sperando ingenuamente che tutto rallenti per permetterci di prendere fiato, di adeguarci solo un po’ per volta, di rimandare egoisticamente il problema della nostra evoluzione morale alle generazioni future.

Perché è proprio questo il punto. La macchina che abbiamo messo in moto all’epoca in cui i futuristi prefiguravano un mondo fatto di perpetui moti è divenuta più grande e potente di quanto fummo capaci di immaginare. La purificazione che molti di essi videro nella auspicata furia distruttrice della guerra, intesa prima di tutto come feroce atto spirituale, non si è mai verificata. L’alba nucleare non ha segnato il sorgere di uno spirito nuovo e maturo, bensì il sorpasso della materia. Da allora continuiamo a guardarci intorno, domandandoci che ne è della “soluzione finale” che credemmo di trovare, mostruosa o benigna che fosse.

Dobbiamo svegliarci, presto; elaborare il lutto e farci finalmente carico della nostra sopravvenuta inadeguatezza spirituale, ricominciando a farci le scomode domande alle quali credevamo di aver dato riposta.

Navigazione stimata

Dovete perdonarmi questo sfogo di sentimenti, signor Defoe, ma sono una vecchia bussola e ho bisogno di essere rettificato, di tanto in tanto. Riesco ancora a tener conto del margine di errore e a fare qual che posso per rimediare, ma la deviazione cambia con la rotta, il carico e gli equipaggiamenti della nave. Avrei dovuto parlarvi di Edward England, è vero, e dirvi tutto quello che non vi avevo detto nelle nostre conversazioni all’Angel Pub. Ma la mia memoria, purtroppo, non ha tabelle di correzione. Traccio una rotta, ma non so di quanto la devo rettificare, e dopo un po’ non sono più certo della mia posizione. Si chiama navigazione stimata, signor Defoe, quando si procede soltanto con l’aiuto del solcometro e della bussola. Lo sapevate? Ad ogni modo è cosi, il racconto della mia vita non è altro che una navigazione stimata. Si sa dove si è, ma più ci si allontana dal punto dipartenza, più la posizione diventa incerta. Il cerchio entro il quale ci si dovrebbe trovare diventa sempre più grande. E cosa si fa, in questi casi? Si raddoppiano i turni di vedetta, nella speranza di avvistare terra prima che sia troppo tardi. Si consulta il giornale di bordo, e si valutano i vari fattori, l’errore strumentale del solcometro, la deriva causata dal vento e dalla corrente, i timonieri che poggiano o orzano per una raffica improvvisa. Ma si raggiunge mai una qualsiasi certezza? No, al contrario. Il navigatore esperto è quello che allarga sempre più il cerchio, che capisce che l’incertezza è l’unica certezza a disposizione.

Ho riletto il mio giornale di bordo per vedere dov’ero, e mi sono accorto che ho soltanto calcolato le dimensioni del mio cerchio, senza mettere nessuno di vedetta. Perché una cosa almeno l’ho capita: era solo un’illusione, una presunzione e un desiderio scambiato per realtà, credere di aver navigato tutta la vita con la terra in vista e dei rilevamenti precisi. No, la mia vita non è stata che una navigazione stimata, ma forse, chi lo sa, arriverò a trovare la mia posizione, prima di affondare.

Björn Larsson, La vera storia del pirata Long John Silver, cap.19

Eccola che soffia!

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…quando grazie agli sforzi combinati e simultanei dell’intero equipaggio, o quasi, l’opera è stata coscienziosamente condotta a termine, anche i marinai possono dedicarsi alle loro abluzioni. Si cambiano dalla testa ai piedi e finalmente riemergono sul ponte immacolato, freschi e radiosi come sposi appena sbucati dal più fine lino di Olanda.

Ma, attenzione: lassù a riva sui tre colombieri tre uomini scrutano attenti l’orizzonte in cerca di balene che, se catturate, non potrebbero non schizzare qualche goccia di grasso sporcando daccapo l’antico mobilio di quercia.

Già, e non di rado succede che, dopo lunghe ed estenuanti fatiche che si sono protratte per novantasei ore di fila senza distinzione fra giorno e notte, dopo che dalla lancia in cui si sono gonfiati i polsi a remare sulla linea dell’equatore gli uomini hanno messo piede sul ponte solo per trascinare pesanti catene, rompersi la schiena all’argano, tagliare e squartare, eh già, e sudati e fradici farsi affumicare e scorticare di nuovo dal fuoco incrociato del sole equatoriale e delle caldaie roventi, in aggiunta a tutto questo, dopo che finalmente si sono messi a ripulire la nave per trasformarla in una immacolata latteria, non di rado succede che i poveracci, proprio mentre si abbottonano il colletto della camicia di bucato, sobbalzino al grido: “…eccola che soffia!” e di nuovo debbano precipitarsi a lottare con un’altra balena e ricominciare daccapo l’estenuante trafila.

Amici miei: ma questo vuol dire ammazzarsi! Eppure, così è la vita. Perché non appena noi mortali, dopo lunghe fatiche, abbiamo estratto dal corpaccione del mondo la nostra goccia di prezioso spermaceti e pazientemente, stanchi come siamo, ci siamo ripuliti dalla sporcizia e abbiamo imparato a vivere negli immacolati tabernacoli dell’anima, non appena abbiamo fatto questo “…eccola che soffia!”: il fantasma leva il suo getto all’orizzonte e subito dobbiamo issare le vele per qualche altro mondo e ricominciare daccapo una nuova giovane vita.

(Herman Melville, Moby Dick)

Una schisi innaturale

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Da ieri è in corso a Foligno la VI edizione della “Festa di Scienza e Filosofia“, ancor più ricca e interessante di quelle che l’hanno preceduta. Me ne piace perfino il nome, che ha un che di ludico, quasi i convenuti siano invitati, prima di tutto, a divertirsi.

Le aree tematiche sono quattro:

  1. Dialettica tra scienza e filosofia
  2. Cervello e mente
  3. Una scienza per l’uomo
  4. La scienza: lo strumento del XXI secolo

Il mio personalissimo modo di vivere il confronto tra il modo di pensare di chi ha avuto una formazione scientifica e chi invece ha fatto studi umanistici, risale agli anni in cui ho contribuito a far nascere e crescere una piccola azienda di comunicazione digitale.

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Attualità delle ‘Confessioni di un Italiano’

Ippolito Nievo, circa 1860

Ippolito Nievo, circa 1860

Oggi sulle pagine di Internazionale è apparsa la traduzione di un notevole articolo scritto da Frederika Randall. La giornalista di The Nation ha appena tradotto le ‘Confessioni di un Italiano’, di Ippolito Nievo, un romanzo così dimenticato che lo si può ottenere gratuitamente su Amazon per il Kindle (cosa che ho appena scoperto e ho fatto immediatamente, pensando con nostalgia alla vecchissima copia nella libreria dello studio di mio padre).

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Not for ambition

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Caesar was right to prefer to be the first in a village than second in Rome. Not for ambition or conceit, but because those who occupy a secondary role has no choice between the dangers of obedience, those of the uprising and the even more serious, compromise.

Aveva ragione Cesare a preferire d’essere il primo in un villaggio che il secondo a Roma. Non per ambizione o per vanagloria, ma perchè chi occupa un ruolo secondario non ha altra scelta se non tra i pericoli dell’obbedienza, quelli della rivolta e quelli, ancor più gravi, del compromesso.

Marguerite Yourcenar, Memoires d’Hadrien, 1951

 

Il senso del diritto

Curzio Malaparte

Curzio Malaparte

“L’Italia, dove il diritto è nato, è fra i paesi più incivili del mondo: vi manca, cioè, il senso del diritto (…). Quando un popolo individualista come il nostro perde la fiducia in sé stesso e nelle istituzioni che lo reggono, l’immoralità diventa una forma di viver civile e la mediocrità invade la cosa pubblica.”

(La rivolta dei santi maledetti, Cap. II)